Caserta racconta il suo viaggio in solitaria in Galizia dopo la permanenza in categoria: “Un’esperienza ideale per riflettere e superare i propri limiti”.

Il voto dopo l’impresa: dalle sofferenze del campionato ai sentieri della Galizia
Promessa mantenuta. All’indomani della rocambolesca e soffertissima salvezza diretta centrata all’ultimo secondo dell’ultima giornata, l’allenatore dell’Empoli, Fabio Caserta, ha fatto le valigie ed è partito alla volta della Spagna. Il tecnico calabrese aveva stretto un vero e proprio patto con sé stesso: in caso di permanenza in categoria senza passare dalle forche caudine dei playout, avrebbe intrapreso il celebre Cammino di Santiago.
Un viaggio affrontato in assoluta solitudine per staccare la spina dalle pressioni del rettangolo verde e ritrovare la giusta serenità interiore. Intervistato dal quotidiano La Nazione, il mister azzurro ha tracciato un bilancio profondo e toccante di questa esperienza:
“È stato un cammino molto molto bello, un viaggio intenso e faticoso perché riuscivamo a percorrere anche 20-22 km al giorno, tranne l’ultima tappa che era più lunga. Però è stato bello perché ho potuto fare delle cose che durante le giornate normali non avrei fatto. Essendo andato da solo avevo tanto tempo per pensare mentre nel quotidiano non è così, sei preso da mille cose”.
Emozioni sotto la pioggia, ostelli e il ricordo speciale del fratello
Il percorso ha regalato a Caserta sensazioni inedite, ben lontane dai comfort e dai ritmi frenetici a cui è abituato un professionista del mondo del calcio. Un’immersione totale nella natura e nella fatica che ha superato di gran lunga le aspettative della vigilia:
“Sinceramente è andata meglio di come pensavo. Ricordo, per esempio, un giorno in cui era brutto tempo e camminare lungo quei sentieri sotto la pioggia mi ha fatto provare sensazioni che non mi sarei aspettato. Ho incontrato persone che non conoscevo, visto nuovi paesaggi e vissuto esperienze nuove come dormire in un ostello”.
Tra i momenti più intimi del pellegrinaggio, l’allenatore ha voluto condividere un aneddoto legato a una “pazzia” stradale fatta subito dopo aver raggiunto la cattedrale di Santiago, spinto dal desiderio di raggiungere un faro isolato per assistere al tramonto dell’oceano:
“Nel vedere questo tramonto ho riflettuto tanto ed ho pensato alle persone che non sono più con noi in questa vita, come mio fratello. In quel momento mi sono sentito vicino a chi non c’è più ma ha fatto parte della mia vita e porterò per sempre con me. Un momento bello e triste. Anche visitare da dentro la cattedrale di Santiago è stata una grande emozione”.
Caserta, il paragone con la panchina: “A Santiago i limiti dipendono solo da te”
A chi gli chiede se sia stato più faticoso completare i chilometri a piedi verso la Galizia o guidare l’Empoli verso l’agognato traguardo della salvezza in un’annata partita sotto ben altri auspici, Caserta non ha dubbi. La complessità del calcio risiede nell’imprevedibilità dei fattori esterni, mentre il Cammino rappresenta una sfida puramente intima:
“Quando inizi un cammino dipende dalla tua voglia di sofferenza, dipende solo da te. Mentre la salvezza dell’Empoli non dipendeva solo da me o dai calciatori ma c’erano anche gli avversari che competevano per arrivare al traguardo. Penso sia stato più difficile ottenere la salvezza con l’Empoli perché è stata un’annata difficile rispetto ad un percorso in cui uno fa i conti con sé stesso e con la volontà di superare i suoi limiti. La salvezza mi ha dato la possibilità di fare questo cammino, che è stato altrettanto faticoso. Sono state entrambe due emozioni bellissime, ne è proprio valsa la pena”.